Ashes and Snow (Gregory Colbert, 2005)

Per la Terra

Io ho sempre immaginato il rosso come l’interno dell’anima
– Ingmar Bergman –

Librarsi. Recuperare l’equilibrio, immersi in paradisi perduti. Poesia dello sguardo nostalgico. Filmare l’anima del pianeta, catturare il suo movimento riconciliante ed evocativo. Ashes and Snow è un’emozionante rappresentazione della fusione quasi metafisica, dell’armonia celestiale che intercorre(va) tra l’uomo e l’animale, quando questi erano ancora un’unica entità. Il lavoro di Gregory Colbert è di un’immensità irripetibile, tanto da risultare un’opera sacrale e ultraterrena. E’ un tuffo nel passato, nella memoria incorrotta, in cui il cielo e il mare erano un tutt’uno, come le bestie e gli esseri umani. Lo splendore era ovunque. Ogni cosa era avvolta da un mantra di primordiale bellezza. In Ashes and Snow è presente un’indissolubile dilatazione temporale: il tempo, in quel magnifico spazio spirituale, non esisteva; un’ora sembrava un giorno, un giorno pareva un mese, un mese era un anno. Il regista (artista e fotografo) spalanca le porte della reminiscenza, cosicché il pubblico rimanga sospeso in quel sogno che non esiste più. Sublimato, ipnotizzato. L’opera di Gregory Colbert è di una grazia inaccettabile, di una potenza immaginifica strabiliante. La raffigurazione di un empireo che va scomparendo, e le ultime immagini prima che questo si dissolva vengono regalate allo spettatore, sequenze impresse su una tela cosmica ed eterea, paradossalmente “scritte”, suggellate in una lettera d’amore per la natura, per il mondo. Per tutto. Ashes and Snow è un film che cambia lo spettatore; una pellicola che dovrebbe esser vista almeno una volta nella vita; una visione unica, un’esperienza necessaria e folgorante.

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L’opera del fotografo americano è (anche) un messaggio di speranza verso il futuro: un monito per non dimenticare, per non smettere di ricordare la meraviglia primigenia che univa tutto (a tutti). Le fil rouge del film è il silenzio (comunicativo) che trascorre fra l’uomo e l’animale, che diventa danza fondatrice, sciamanica, un fondersi trascendentale, un amarsi in modo ancestrale. Non bisogna smettere di ricordare ciò che era il desiderio di tutti: l’armonia universale. Tutti vivevano in maniera euritmica sotto la direzione invisibile di questa grande orchestra: il Creato. Si deve recuperare quello che si è perduto, trascurato: la casa del mondo, nella quale si riparavano tutti indistintamente. Ashes and Snow è un lento movimento avvolgente, un abbraccio che avviluppa ogni cosa attraverso un omogenee movenze creatrici. Il regista statunitense crea un film intimo e privato, in cui uomini e animali fanno parte dello stesso e grande disegno naturale, e vengono osservati nella loro più totale e spontanea “familiarità”, come fosse un conoscersi atemporale, ma soprattutto un riconoscersi senza sentire alcun tipo di diversità, oltre ogni tipo di distinzione morfologica, un congiungersi eufonicamente al di là della carne. Ashes and Snow è Cinema puro, disinquinato. Cinema che è regione, spazio nel (e con) il quale è ancora possibile auspicare. Eden nel quale crescere, evolversi ed involversi, posto in cui palesare la nostalgia, la malinconia, la gioia per un poetico e glorioso pezzo di pianeta che viene mostrato al pubblico, al quale esso propende con stimolante rabbia.

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Di conseguenza credere, avere fede in queste terre sognanti è ancora possibile, e se tutto ciò cessa e svanisce è perché l’essere umano ha voluto questo e ha deciso volontariamente di calpestare la speranza, il mondo. Ashes and snow è un lavoro perfetto, monumentale, ambizioso ed emozionante. Un viaggio estasiante attraverso la luce, nel rosso dell’esistenza libera(ta). Pluma al fuego, fuego a la sangre, sangre al hueso, hueso a la médula, médula para las cenizas, cenizas a la nieve. Lì, dove ogni cosa ritorna. Dove tutto nasce e muore. L’albero della (vera) vita. Una canzone dal paradiso. E vola. Librarsi.

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Manuel Piras

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