La Vie Nouvelle (Philippe Grandrieux, 2002)

Sprofondare nei propri desideri

 

“Confrontarsi con un film di Grandrieux significa essere colpiti da una scossa violenta, mentre ammirate una stella”

– Serge Abiaad –

Philippe Grandrieux rende tangibili gli orrori sottocutanei, fa sì che emergano le ombre che si nascondono nelle oscure crepe situate tra lo spazio inconscio e quello cosciente; il regista francese, nel buio in cui nascono, annaspano e muoiono le sue opere, filma una luce che non ha più nulla di luminoso: scarica, stremata, fredda, ma che velatamente è ancora definibile tale, che paradossalmente riesce ancora a “risplendere”: Grandrieux inquadra, riprende i resti di questo bagliore che, da accecante, diviene assordante, senza più alcuna traccia di luminosità; diventa quindi accecato, cieco, un Cinema imprigionato e chiuso, fatto di eclissi. Ecco che ogni lungometraggio di Grandrieux è virtuosismo di spasmi, di affanni. Cinema impigliato, che si inabissa e subissa, che è abisso dilatato. Lo spettatore è quindi costretto, ma forse sarebbe più consono dire “stretto” al Caos percettivo: il disordine sensoriale risulta una tappa obbligotoria per il pubblico, un aspetto indispensabile ed iniziatico che, per assurdo, non bisogna respingere, ma ci si deve affidare ad esso, così da lasciarsi traghettare dal Caronte del cinema – Grandrieux – verso inferni interiori, in direzione delle viscere della visione, della vita e della morte. Scultore di nevrosi carnali, rappresentanti la nudità mentale dell’individuo in cui collassono i desideri corporei nel quale, successivamente, tutto diventa incubo informe, in cui tutto comincia e tutto finisce. Storie ipercinetiche che sembrano svolgersi all’interno di enormi gabbie toraciche, in cui non filtra la luce e alberga il lato oscuro dal quale prendono vita gli spettri urlanti e febbricitanti di questo mondo: gli esseri umani, creature abituate all’ombra e alle tenebre, cioè a quei tenebrosi spazi familiari in cui elargire e coltivare le proprie voglie primitive. Sì, perché al buio si vede meglio, si sente e si percepisce. Ecco che lo spettatore si affida a questa cecità, come fosse il vero primo sguardo ad occhi chiusi verso il mondo, alla vita, come quello di un bambino appena nato che in realtà non vede nulla, ma è proprio in questa cecità, in questa vista abbuiata che risiede il primo sguardo, quello puro, incontaminato. Ciò che dovrà affrontare il pubblico, è una visione primigenia dell’orrore, dell’incubo; il quadro visuale collassa su se stesso, procede per contrasti, per vibrazioni indigeste, per vertigini sfilacciate e sfocate: è un’esperienza unica, nuova; un Cinema seminale e virale, contenitore deforme di ossessioni patologiche. Si dice che, attraverso i suoi film, Grandrieux terrorizzi l’interiorità dello spettatore; per chi scrive, invece, la realtà è un’altra: il regista francese fa in modo che il pubblico interiorizzi il terrore a cui assiste: il panico soffoca, lo sgomento implode. Buio. Blackout.

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L’incipit nasce dall’oscurità amniotica, nella quale, attraverso un parto plurigemellare, genera la folla spettatoriale che, ipnotizzata e ammutolita, attende l’apertura di un sepolcrale sipario nel quale affondare il proprio sguardo nell’insondabile nero visivo, in un eterno crepuscolo cinematografico. La Vie Nouvelle è la raffigurazione deformata della voglia lussuriosa che nasce e muore all’interno della mente umana ; è la descrizione spasmodica e tremolante degli “opposti”, di come questi si attrarrebbero e si divorerebbero se solo fossero liberi, se solo non esistessero vincoli sociali. Un amore che soffoca prima di nascere. La Vie Nouvelle è l’implosione orrorifica e visionaria delle aspirazioni sessuali che tormentano il protagonista : ambizioni carnali represse, che non trovano la propria valvola di sfogo; questa è stata distrutta dalla crudeltà e bramosia di chi detiene il potere, di chi sta al di sopra degli altri, di chi comanda e manovra tutti questi burattini viventi; questi “padroni” sono, a loro volta, servi di uno stato corrotto, di un mondo contaminato – schiavi del vuoto, del nichilismo esistenziale, di se stessi.

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Seymour è ossessionato da Melania, un’inafferrabile prostituta alla mercé di Boyan; questa voglia febbrile di possederla non troverà mai il proprio spazio e la propria libertà, imprigionando così ogni suo desiderio in una sorta di dimensione interiormente parallela che trascende ogni tipo di razionalità umana, devastando e sgretolando la psiche del giovane ragazzo. I sogni si fondono con gli incubi, non c’è evoluzione, ma solo un’involuzione passionale e sentimentale, paradossalmente animalesca – i sentimenti si dilatano, lasciando campo libero all’istinto più feroce. La pellicola è una de­leteria e angosciante castrazione esistenziale; un’ineluttabile regressione sessuale – i colori si annullano, tutto vibra : ha inizio un breve ma penetrante viaggio allucinato, mostruoso e alienante. Persone che diventano bestie. Un declino mentale che si accartoccia su stesso, si restringe: non c’è più spazio, lo sconfinato ambiente circostante diviene claustrofobico e cupo, i movimenti si annullano, la rabbia diventa tangibile, il dolore avvolge ogni cosa – morte interiore. Un lungometraggio vertiginoso, intenso e affascinante. La Vie Nouvelle è un lamento disperato che non verrà mai udito e mai accolto – non c’è speranza, non c’è Dio.

Manuel Piras

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