On the silver globe (Andrzej Zulawski, 1988)

Apocalisse replicata.

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Caos eterno, reiterato. Perfetta imperfezione. On The Silver Globe è l’urlo disperato, rancoroso e resistente di Zulawski nei confronti del cinema, del (castrante) clima politico, del mondo, dell’esistenza. E’ la rabbia tradotta in pellicola; è il Male che si ripresenta, epoca dopo epoca, sotto mentite spoglie, travestito da falsi profeti, da insicuri liberatori, da vecchio uomo; è un malinteso cosmico che ripropone negli anni, nei secoli, l’atto della vita nella sua identica e più totale incompiutezza, senza sostanziali processi rivoluzionari, senza (veri) cambiamenti: è l’impossibilità di un’esistenza vergine, pura; è il ripetersi del medesimo volto esistenziale che, come un mefistofelico calco facciale, ripropone lo stesso viso evolutivo dell’umanità; è lo stesso spirito decadente, nefasto, corrotto alla radice, che attraversa tutte le ere, perforando corpi, carne e cuori; è il perpetuo riflesso dell’alba primigenia che si rispecchia meccanicamente, per inerzia esistenziale, in uno specchio scheggiato che vaga nella Storia del cosmo. E’ lo stallo definitivo derivato dal mito. On The Silver Globe descrive gli esseri umani come fossero una riedizione, un rimpasto fatiscente di un’utopia primordiale, primaria, “introduttiva” – è l’imperiturio ritornare dell’Uno. Doppioni di ciò che fu. L’eternità orizzontale.

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Zulawski, con questa massacrante e massacrata – l’oppressione politica diventa tangibile – opera, firma il suo sporco, incompleto e nervoso trattato filosofico il quale esplica la Storia della Terra, dell’universo, dell’esistenza – palesa l’inevitabilità dell’Uomo, il suo de­leterio replicarsi in eterno come unica saggia figura: la rappresentazione impazzita dell’errore primitivo che accompagna l’essere vivente fin dall’alba dei tempi, epoca dopo epoca. La caotica raffigurazione della ciclicità del vuoto iniziale. Uomini e donne, eterni doppioni, identici. E’ un infinito cordone ombelicale che collega tutto e tutti all’oscurità assoluta, al nulla caotico che sta all’origine di ogni cosa: l’umanità è un universale parto gemellare, nel quale ogni gemello – identico – prende le sembianze del mito, del profeta, del salvatore, e viene partorito/espulso in epoche differenti, non modificando l’aspetto della Storia ma, piuttosto, mantenendola completamente inalterata, assicurando così la de­leteria reiterazione di essa. Ripetersi. Per rompere questa indistruttibile maledizione bisognerebbe dimenticare le proprie radici, la Terra. Perché è il riflesso che diventa predominante, vincente e di conseguenza la morte, l’oscurità degli esseri viventi prendono forma. L’oblio avanza. Animali, bestie del nulla, nel nulla. Svanire nell’inutile e sfarzosa saggezza. Siamo oggetti creati da altri oggetti, deboli ciechi. Nulla esiste realmente, tutto è vero e tutto è falso. Ciclicità. Lo Shern è dentro di noi. Non conquistiamo, non sconfiggiamo nemmeno noi stessi, i nostri demoni – di conseguenza non si può capire e dominare l’umanità. Si continua a brancolare in questo mondo nebbioso, in cui la verità è la cosa più assurda. Il pianeta non appartiene più al nostro comprendere. Lontani anni luce. Forse per migliorare, per esistere, bisognerebbe semplicemente sparire per non portare più guerra, sangue, ripetizione. Non c’entra la profezia, il destino, il fato – non siamo stati “inviati” siamo semplicemente stati “espulsi”. E’ dal caos che tutto è nato, dallo parte oscura, dallo Shern più assoluto. E’ un immenso déjà vu, un pozzo senza fondo e senza eco. Anima e corpo si fondono, in unica carnalità esistenziale, il dolore diventa solo fisico, l’anima non sente più nulla. Rimane solo la morte, l’ultima grande casa per la carne. Non c’è futuro, ma solo l’impossibilità di un’autentica esistenza.

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L’uomo crea, inventa solo se è paralizzato, se non esiste più, se non diventa riflesso. Non deve essere vivo, ma entità eterna. Lasciarsi, abbandonarsi. Oltre il Tutto, c’è solo il corpo, debole, carne al mercato, venduta alla proiezione artefatta del mito iniziale; una malsana e necessaria figura cristologica – già vista. Tutto brucia. L’amore è sconfitto, inutile. Non c’è fedeltà, solo distruzione. Desolazioni epocali. Dov’è finito il ricordo? La memoria dell’uomo giace nei cassetti del proprio ego, nei meandri di un’altra era. Siamo già esistiti, è solo una reiterazione. C’è già stato tutto, da sempre, errori cosmici. Ed ecco il ripetersi dell’impossibile; bisognerebbe comprendere che è tutto sbagliato, che non c’è alcun tipo di “originalità”. Non resta che sprofondare, rimangono solo le viscere, nient’altro. Lacerazione sacrificale, ultima. L’esistere è forse una questione di recitare sentimenti provvisori, sperando nella (impossibile) resurrezione? Siamo insignificanti, piccoli e già morti. Crocifissi in partenza. Questo errore universale è una malattia. Un corpo malato che racchiude la dualità della natura, dell’uomo, di tutto. Deboli e divini. E’ un virus ineluttabile, primordiale che rende irripetibile l’autenticità vitale. Ciclicità: eravamo, siamo e saremo. Tutto sarà uguale a prima, ecco che siamo copie sbiadite dell’origine umana. Con gli stessi gemiti, le stesse lacrime, gli stessi inutili sacrifici. Siamo il clone di un sogno irrealizzabile. Passato, passati. “Benvenuta…grazia.”. Morte. Blu.

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On The Silver Globe è l’espressione più lampante di uno dei temi principali della poetica zulawskiana : L’esasperata ricerca della libertà.
Un’opera devastante e devastata. Un film irraggiungibile, scivoloso, assurdo, fuori dal mondo ma dentro l’universo. Una pellicola impazzita e furiosa, che esplode continuamente. E’ un cinema, quello del regista polacco, irripetibile, unico e, soprattutto, maledetto. Un’esperienza sinestetica che annichilisce lo spettatore. Totalizzante, distruttiva.

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A causa della decisione del Viceministro della Cultura, del Vicesegretario di Stato per il Cinema Polacco, la produzione del film “Sul Globo d’Argento” è stata fermata nella primavera del 1977. A quel tempo la troupe del film stava in riva al Mar Baltico. Allo stesso tempo, il set cinematografico, con oggetti di scena e costumi che hanno richiesto due anni per la produzione, erano stati finalmente creati ed erano attesi dalla troupe del film in Braslavia, nella Bassa Slesia, nel Distretto del Lago di Masuria e nelle montagne del Caucaso. Tutte queste decorazioni, costumi e oggetti di scena sono stati distrutti. I dipendenti dello studio cinematografico : truccatori, costumisti, sceneggiatori, hanno conservato nei magazzini e nei loro appartamenti, qualunque cosa siano riusciti a salvare. Sto finendo questo film pensando a loro. Nel frattempo il piccolo dramma di questo film e il grande e speriamo onorabile dramma della nostra vita, continueranno ad intrecciarsi in un mosaico comune di voli di successo e di atterraggi di emergenza. Il mio nome è Andrzej Zulawski, e sono il regista del film “Sul Globo d’Argento.”

Andrzej Zulawski è considerato il tumore della cinematografia mondiale.

Oltre.

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Manuel Piras

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